a cura di Stefania Di Roberto
L’articolo ricostruisce il caso del Cardinale József Mindszenty, arrestato dal regime comunista ungherese nel 1948 e sottoposto a un processo politico fondato su confessioni estorte e documenti falsificati. Al centro del racconto compaiono due esperti di scrittura, Hanna Fischof e Laszlo Sulner, legati al più autorevole laboratorio grafico dell’epoca, costretti dall’ÁVH – la polizia segreta – a creare prove manipolate attraverso la Macchina Fischof, un dispositivo in grado di selezionare e ricomporre caratteri manoscritti fino a simulare testi e firme autentiche.
Il testo mostra come la scrittura, la perizia grafica e la firma divennero strumenti di propaganda giudiziaria, rivelando il ruolo della coercizione psicologica, della manipolazione tecnica e della distorsione della verità documentaria nei processi stalinisti. L’articolo mette in luce il rapporto tra grafologia, potere e controllo, offrendo una testimonianza storica essenziale sull’uso della scrittura come arma politica.